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ARTE MODERNA

 

La collezione del Novecento si è formata a seguito di un’intensa attività espositiva in seno ai musei - organizzata a partire dagli anni Cinquanta negli antichi locali della Pinacoteca Comunale e anche nella chiesa di S. Paolo -, e in particolar modo con le acquisizioni di opere delle edizioni storiche del Premio Scipione (1955, 1957, 1964), biennale d’arte contemporanea intitolata al celebre artista nato a Macerata. In occasione di tali manifestazioni la sezione è entrata in possesso di notevoli esemplari di autori quali Corrado Cagli, Osvaldo Licini, Luigi Spazzapan, Domenico Cantatore, Emilio Vedova, Umberto Peschi, Wladimiro Tulli. Meritano una speciale segnalazione le opere storiche che connotano il movimento del “Secondo Futurismo” maceratese degli anni Trenta, e quelle del poliedrico artista Ivo Pannaggi, pittore, architetto, fotografo e grafico.  Tra i nuclei tardo ottocenteschi i più interessanti sono quelli del pittore Gualtiero Baynes e dello scultore Giovanni Battista Tassara.  

 

1. Primo Novecento a Macerata

 

Segnata nei decenni post unitari dalla perdita dello storico ruolo di capoluogo della regione marchigiana, Macerata, ora più che mai contesto periferico, recepisce assai lentamente le spinte innovative che giungono dalle località centrali. Nel 1905, promuovendosi sede di un’Esposizione regionale, la città sembra voler coniare un’immagine di sé più dinamica, sia sotto il profilo economico sia facendo leva sulla consolidata vocazione culturale.

 

1.1 Gualtiero Baynes (Macerata 1856 - Firenze1938 )

Le opere di Baynes denotano una volontà di aggiornamento in provincia, seppure la sua pittura si mantenga ancora in bilico tra i princípi imposti dall’accademia nella puntuale descrizione della realtà e il ricorso alla “macchia” cui erano giunti, in concomitanza, gli impressionisti parigini e i macchiaioli fiorentini. Baynes cattura, come istantanee, scene tratte dalla vita quotidiana, freschi paesaggi e ritratti e li realizza su comuni cartoncini, a prova di veloce e abbreviata scrittura pittorica. I due grandi ritratti femminili che si contrappongono alla mossa composizione dei piccoli formati si distinguono per l’accuratezza della realizzazione. Presentati all’Esposizione regionale marchigiana del 1905 essi ottengono una menzione particolare dello scultore G. Battista Tassara, esperto recensore degli artisti contemporanei partecipanti alla rassegna, che ne commenta la vigoria, il disegno e la freschezza di colore.

 

1.2 Persistenza di stili e modelli

Gli esiti dell’Esposizione regionale testimoniano la convivenza di attardamento e innovazione nel locale contesto artistico. Il cambio di secolo nella città di Macerata trova un’eccellente ribalta nei padiglioni progettati per questa manifestazione dall’ingegnere Ugo Cantalamessa che evidenziano aggiornati riferimenti allo stile liberty. Pittura e scultura attuano tuttavia marcate resistenze nei confronti di tale nuovo movimento e di tutte quelle innovazioni di linguaggio che tendano a mettere a repentaglio la solidità degli insegnamenti dell’accademia. Gli artisti locali continuano ad arroccarsi sulle certezze tradizionali ancora a lungo, nonostante l’avvicendamento dei moti di avanguardia. Ciò accade in particolare agli scultori Tassara e Giuseppe De Angelis che si tengono ben saldi alla tradizione come si evidenzia nelle realizzate opere pubbliche. In pittura il processo di aggiornamento si concentra per lo più sullo studio di luce e colore in modo graduale e discreto: si affermano personalità assai vivaci come Biagio Biagetti, sapiente divisionista che rivitalizza il sopito genere sacro, cui appartiene anche il più giovane Ciro Pavisa e come Cesare Peruzzi, incline alla pratica del quadro di genere e soprattutto del ritratto, vivificato da spiccata introspezione psicologica.

 

1.3 Interpretazione del nuovo

L’apertura all’innovazione non è solo il frutto delle sensibilità individuali, ma varia a seconda delle opportunità di ciascuno di formarsi anche altrove, frequentando ambienti o personalità esterni al contesto provinciale, in un frequente andirivieni tra tentativi di aggiornamento ed episodi di rientro nelle maglie della tradizione. Il pittore Corrado Pellini, lirico paesaggista, compone in modo severo e geometrizzante in linea con il “ritorno all’ordine” che caratterizza l’arte europea fra i due conflitti mondiali. Lo scultore Sesto Americo Luchetti perviene a una sorta di espressionismo moderato intriso di sentimento intimista. Virginio Bonifazi detto Virgì e Giuseppe Mainini tentano entrambi la strada del futurismo affiancando Ivo Pannaggi, Bruno Tano e Sante Monachesi per ripiegare poi su scelte più moderate all’insegna del realismo . Arnolfo Crucianelli grazie alla prolungata presenza a Roma a partire dal 1928 e alla frequentazione della Casa d’arte Bragaglia, dove espone nel corso degli anni Trenta, innesta sul portato della tradizione le fervide stimolazioni dell’avanguardia.

 

2. Ivo Pannaggi (Macerata 1901-1981)

 

Esponente del Futurismo italiano, si caratterizza per la sua poliforme attività che spazia dalla pittura, alla scultura, alla caricatura, alla scenografia teatrale, alla progettazione d’interni e di oggetti, alla grafica e al fotomontaggio in contatto con le avanguardie internazionali. Negli anni della maturità si dedica all’architettura, al design, alla critica d’arte e al reportage.

 

2.1 Pittura

Pannaggi esordisce a Roma alla Casa d’arte Bragaglia con i quadri Mia madre legge il giornale e Barchevento (1919) suscitando l’interesse di Balla e Marinetti.

Nel 1922 al Circolo delle Cronache d’attualità della stessa Casa d’arte Bragaglia, crocevia del Futurismo romano, realizza con Vinicio Paladini il Balletto meccanico su “polifonia ritmica di motori”. Esegue i pannelli per le pareti del bar, i cui soggetti saranno negli anni Sessanta rielaborati negli olii Pipa e Menta al selz. Nello stesso anno pubblica con Paladini il Manifesto dell’arte meccanica futurista ampliato e sottoscritto poi da Prampolini. Organizza a Macerata la Prima esposizione futurista. Al periodo romano risalgono anche le caricature denominate “astrazioni sintetiche”, le illustrazioni di libri e l’ideazione di grafiche pubblicitarie. Nel 1923 espone in una personale alla Casa d’arte Bragaglia il Treno in corsa (1922).

Il secondo momento della ricerca artistica di Pannaggi si caratterizza per una serie di opere non figurative chiamate “funzioni architettoniche e geometriche” ispirate al costruttivismo russo-tedesco. Ne fanno parte Astrazione architettonica fredda, Funzione architettonica H03 e Funzione architettonica sfera replicate negli anni Sessanta e Settanta.

Dal 1927 entra in contatto con l’ambiente artistico berlinese e si dedica al tema del Macchinismo con la serie “motociclisti” e “centauri” a partire dal 1929. Trasferitosi nel 1942 in Norvegia, l’artista torna al tema dei motociclisti e, con Il ratto d’Europa, attualizza il mito esaltando l’uomo moderno con spirito beffardo. Nel 1969 dipinge La moglie di Putifarre. Dopo il suo ritorno a Macerata nel 1971 dipinge la tavola P. Micheli (1973) lasciandola incompiuta. Nel 1980 il Kunstmuseum di Düsseldorf restituisce alla figlia Kora un Motociclista, acquistato dal Comune di Macerata nel 2004.

 

2.2   Architettura 

Dal 1921 al 1922 Pannaggi frequenta a Roma la Scuola Superiore di Architettura per proseguire poi i corsi a Firenze dal 1922 al 1924.

Nel 1925-1926 segue i lavori di Casa Zampini a Esanatoglia, realizzando uno dei più importanti esempi di architettura interna futurista. Del tutto simili sono gli arredi per il salottino della sorella Eura a Macerata. Trasferitosi nel 1927 in Germania, nel 1932 frequenta a Berlino il Bauhaus entrando in contatto con Gropius, Breuer e Mies van der Rohe. La sua adesione al   razionalismo di   Mies van der Rohe si palesa nel progetto di ammodernamento della stessa casa della sorella. In seguito all’avvento del nazismo si trasferisce in Norvegia dedicandosi prevalentemente all’attività di architetto. I primi progetti non sono realizzati ma solo pubblicati su riviste italiane e norvegesi, come la villa per Anna Naess a Fagernes (1948) e la Casa del popolo a Porto Sant’Elpidio (1956).

Tra il 1936 e il 1940 compie numerosi viaggi nelle zone artiche e antartiche che descrive per la Gazzetta del Popolo di Torino, in articoli corredati da notevoli scatti fotografici.

Nel 1949, nello studio Arneberg & Poulsson, lavora al progetto del Municipio di Oslo. Nel 1950 realizza con Frode Rinnan la Casa del Popolo in un quartiere della capitale norvegese e progetta impianti per le Olimpiadi invernali del 1952. Dal 1954 con incarico triennale lavora all’Ufficio del Riksarkitekten (architetto di Stato). Tra 1956 e il 1959 realizza due ville per i fratelli Olsen Ruud, e nel 1960 quelle per i coniugi Øgaard: una a Nord Torpa e l’altra a Cadière d’Azur in Francia. Nel 1961 ristruttura e arreda la villa Thelma Feinberg a Holmenkollen, zona signorile di Oslo.

Gli anni norvegesi offrono all’artista la possibilità di sviluppare la sua inclinazione al design specie nella progettazione di mobili. Nel 1947 progetta una sedia e una poltroncina per partecipare   alla Low Cost Forniture Design Competition del MoMA di New York. Nel 1954 disegna altre sedie in macassar, perspex, plexiglas e vetro temperato mai messe in produzione.

Al suo rientro in Italia nel 1971 il Comune di Macerata acquista l’Anticamera di Casa Zampini, poi esposta alla 37ª Biennale di Venezia nel 1976.



2.3 Casa Zampini 

Nell’anno 1925 Erso Zampini (1884-1957) proprietario di industrie conciarie e distillerie affida a Ivo Pannaggi, artista di estrema avanguardia, l’incarico di progettare l’arredamento architettonico della propria casa di Esanatoglia (Macerata).

Attingendo ai linguaggi delle avanguardie europee, Pannaggi aderisce all’idea di architettura come opera d’arte plastica totale, enunciata già dal movimento olandese De Stijl (1917) e poi dal Bauhaus. Programmaticamente composita, casa Zampini propone una successione di ambienti carichi di valenze emotivo-psicologiche nonché simboliche: l’Anticamera, la Camera da pranzo, la Sala per Radioaudizioni (unico ambiente perduto) e la Camera da letto.

L’Anticamera, allestita dal 1971 in Pinacoteca per volontà dell’artista stesso, è un ambiente di passaggio di matrice plastica-costruttivista. Nella Camera da pranzo a questi elementi stilistici si fondono riferimenti al cubismo boemo. Un’estrema libertà di linguaggio connota il simbolismo erotico della Camera da letto. Analoga inventiva si dispiega infine nel salottino per radioaudizioni, omaggio fantastico all’infatuazione futurista per le macchine e la tecnologia.

 

3. Secondo Futurismo


Molti critici avversi al Fascismo hanno ritenuto che il Futurismo, avanguardia storica condotta dall’intellettuale Filippo Tommaso Marinetti a   partire dal primo manifesto programmatico datato 1909, avesse avuto fine con la morte di Umberto Boccioni e dell’architetto Antonio Sant’Elia nel 1916, trascurando manifesti, opere e pubblicazioni realizzati dopo gli anni Venti dagli artisti di seconda generazione. Soltanto dalla fine degli anni Cinquanta il movimento, a tutti gli effetti la più importante scuola italiana moderna in termini di ricaduta sui paesi stranieri, è stato messo a fuoco nella sua complessità storiografica che si dipana lungo la prima metà del secolo fino alla morte dello stesso fondatore e mentore nel 1944. Il “secondo” Futurismo, in passato duramente apostrofato “ritardo provinciale” o “garbato epigonismo” si pone in continuità ed evoluzione rispetto all’esordio, anche sul piano della qualità artistica.

 

3.1 Aeropittura

L’intento di dirompente modernismo, la rottura con il passato che animano i futuristi della seconda generazione in modi del tutto analoghi alla prima fase spingono ovviamente a esiti nuovi. Una tematica ricorrente quale è il mito della velocità trova sensibile attualizzazione allorché dal concetto ancora ottocentesco di un radicamento al suolo si giunge a una sorta di liberazione dalla terra con l’invenzione dell’aeropittura. Il superamento dell’arte meccanica avviene con l’ausilio della simultaneità e della fantasia. Nel Manifesto dell’aeropittura (1929) ogni paesaggio diventa “folto, sparso, elegante, grandioso” e le sue parti, colte in volo aereo, sono “schiacciate, artificiali, provvisorie, appena cadute dal cielo”.

 

 

3.2 Gruppo Futurista Marchigiano “Boccioni”

Nel giugno 1922 Ivo Pannaggi, lanciato nel vivo del dibattito avanguardistico, introduce il Futurismo a Macerata nell’ambito dell’Esposizione provinciale d’arte al Convitto Nazionale presentando opere di tutti gli artisti di punta: Balla, Boccioni, Depero, Prampolini, Sironi. Prematuro e inatteso per il pubblico locale, sul quale ha un impatto deflagrante, l’incontro viene metabolizzato in ambito artistico fino alla nascita del Gruppo Futurista Marchigiano “Boccioni”, istituito nel 1932 su proposta di Bruno Tano, pittore già militante nel Gruppo romano. Il primo nucleo è costituito da Sante Monachesi, Rolando Bravi e Fernando Paolo Angeletti e si impone sul rinnovamento del linguaggio artistico nell’intera regione. In un secondo tempo vi aderiscono Umberto Peschi, il giovanissimo Wladimiro Tulli e l’aeromusico Ermete Buldorini. Il Gruppo Boccioni gode del pieno appoggio di Marinetti e del sostegno di futuristi di altre regioni, come l’umbro Gerardo Dottori. I suoi più ferventi attivisti appaiono Tano e Monachesi che nel 1938 organizzano l’Esposizione provinciale d’arte “Sotto i Trenta” al Palazzo degli Studi infondendo una ventata marinettiana sull’intera città. Vi partecipano tra gli altri Arnaldo Bellabarba, Virgì Bonifazi e Mario Monachesi, in arte Chesimò, che vivono l’occasione per sperimentare l’avanguardia.

 
4. Secondo Novecento

 

La spinta innovatrice che ha contraddistinto Macerata sin dagli anni del Secondo Futurismo non cessa di manifestarsi nei decenni a seguire, anche oltre il lacerante attraversamento della Seconda Guerra mondiale. Artisti molto estroversi come Monachesi, Peschi e Tulli entrano a far parte dei grandi circuiti espositivi: il primo costruisce uno speciale sodalizio romano con Enrico Prampolini, fondatore e animatore dell’Art Club, modernissima “agenzia” per l’arte e la cultura, mentre Peschi e Tulli prediligono la frequentazione della gallerista fiorentina Fiamma Vigo. La Vigo, giunta la prima volta a Macerata nel 1959, contribuisce ad alimentare la vocazione del milieu locale all’astrattismo. Su questo preciso solco si muovono anche il pittore Zoren (Renzo Ghiozzi), acuto promotore di nuovi indirizzi in veste di direttore del locale Istituto d’Arte e altri promettenti artisti di più giovane generazione come Nino Ricci, Silvio Craia, Valeriano Trubbiani e Giorgio Cegna.

Annunciata da alcuni episodi dell’immediato dopoguerra e poi lanciata a partire dal 1955 dalle tre edizioni del Premio Scipione, l’attività espositiva negli spazi comunali scaturisce dal versatile attivismo della Brigata Amici dell’Arte per poi essere direttamente assunta dalla Pinacoteca che la promuoverà dai primi anni Settanta in forme sempre più varie e articolate. Le opere esposte in queste sale costituiscono una misurata selezione del posseduto, preziosa testimonianza del dibattito nazionale tra figurazione ed astrazione cha ha connotato la cultura artistica nel Secondo Novecento.

 

4.1 Premio Nazionale Scipione

Scipione ( Gino Bonichi, Macerata 1904 - Arco 1933 ) frequenta l’ Accademia di Belle Arti a Roma con il pittore Mario Mafai . Con Mafai, Renato Marino Mazzacurati e Antonietta Raphael , fonda la Scuola romana , detta Scuola di via Cavour , sodalizio artistico che si contrappone al movimento di area fascista Novecento .

Il Premio biennale a lui dedicato è istituito a Macerata nel 1955 al fine di colmare il vuoto culturale aperto dal secondo conflitto. Si inserisce appieno nel clima di ricostruzione dell’immediato dopoguerra con l’intenzione di conferire alla città maggiore visibilità nel campo artistico. La manifestazione è ideata dalla Brigata Amici dell’Arte con il felice esito di proporre qualità artistica in un contesto socio culturale poco ricettivo e già restio nell’anno precedente ad accogliere la Mostra nazionale di arte astratta.

 

4.2 Tre storiche edizioni   1955 - 1957 - 1964

Fra le oltre 400 opere partecipanti alla prima edizione del Premio emergono quelle di Vedova, Monachesi, Bartolini. Selezionata tra esperti di chiara fama quali l’avanguardista Enrico Prampolini e il critico Marco Valsecchi, la giuria esprime pari apprezzamento nei riguardi delle opere figurative e di quelle astratte aggiudicando il primo premio a Emilio Vedova, esponente della corrente Informale.

Nella successiva edizione del 1957 la Brigata cede il ruolo organizzativo all’Amministrazione comunale interessata a coglierne il proficuo portato turistico-culturale. Nonostante il prosieguo del dibattito tra astrattisti e “realisti”, sono ammessi alla competizione in prevalenza artisti di carattere figurativo. Ricevono apprezzamento i paesaggi di Luigi Bartolini e di Domenico Cantatore, unitamente alla figura femminile di Capocchini e a Lo steccato di Zigaina di evidente inclinazione post cubista. Tra gli exploit di maggiore impatto per via del colore si distinguono le Vestigia antiche di Trubbiani e la Notte di inverno a Torino di Spazzapan, entrambi di grande consistenza materica. Declinata ogni ipotesi di farne una biennale,   la terza edizione viene alla luce soltanto nel 1964 con un regolamento che assegna le opere premiate alla Galleria comunale d’arte moderna. L’edizione punta a dare ampia connotazione al panorama nazionale invitando artisti professanti ogni tipo di credo   sino alla Pop Art, affermatasi nella contemporanea Biennale veneziana. La giuria, composta da cinque “grandi” della critica quali Maurizio Calvesi, Luigi Carluccio, Marcello Venturoli, Franco Russoli e Marco Valsecchi assegna i maggiori riconoscimenti alle opere di Mu¨ič e Cassinari, composizioni di sapore espressionista ancorché di carattere figurativo. Un’impronta di assoluta astrazione, invece, lascia la piccola tela di Osvaldo Licini, entrata in collezione a seguito della retrospettiva dedicata dal Premio al grande artista marchigiano.

4.3 Mostre della pinacoteca comunale

Le sale mettono in mostra tre decenni di esposizioni temporanee: negli anni Settanta la Pinacoteca raccoglie l’eredità della Brigata Amici dell’Arte e organizza nelle salette della sede di Piazza Vittorio Veneto numerosi eventi anche di carattere retrospettivo. Degli stessi anni è la creazione dell’Accademia di Belle Arti che connota fortemente il tessuto culturale cittadino. In seguito, già sul finire del decennio, a quest’attività consolidata si affianca la verve promotrice e critica di Elverio Maurizi (Macerata, 1934-1985), personalità formatasi nel giornalismo d’arte con forte vocazione alla contemporaneità e in particolare alle molteplici declinazioni dell’astrattismo. A partire dal 1976 la chiesa di San Paolo, edificio di proprietà comunale, è individuata quale estensione delle salette espositive della Pinacoteca e consente di dare ampio respiro a mostre dedicate a correnti e artisti internazionali quali Wladimiro Tulli, Umberto Peschi, Antonio Scordia, Julio Le Parc, Sante Monachesi, Titina Maselli, Renato Barisani. Lo spessore delle presenze artistiche e l’operosità di critici e cultori fanno di Macerata un punto di riferimento per le arti visive contemporanee.

 

4.4 Gli ultimi vent’anni

L’impronta critica delle esposizioni curate da Elverio Maurizi lascia il posto, negli anni seguenti la sua scomparsa, agli apporti provenienti da un organismo composito quale il Consiglio dei curatori della Pinacoteca, presieduto fino al 1990 da Silvio Craia. La serrata cadenza delle mostre nelle salette di piazza Vittorio Veneto o a San Paolo propone alla città continui confronti e arricchisce le collezioni comunali di un notevole patrimonio. Durante gli anni Novanta è soprattutto la collaborazione fra istituzioni, particolarmente fra la Pinacoteca e l’Accademia di Belle Arti, a favorire in città la riflessione sul contemporaneo, mentre assai più intermittente, rispetto ai decenni precedenti, si è fatta l’attività dei galleristi privati. La sala di arte moderna è riordinata e nuovamente allestita nel 1995 da Nino Ricci e Paola Ballesi.

Emerge in quegli anni un rinnovato interesse per la scultura - di cui l’ultima sezione del percorso dà un sintetico saggio - frutto anche del lungo magistero di Umberto Peschi che muore nel 1992. Si intitola “Modularmente: anni 60” la mostra di grandi sculture dell’artista, allestita in esterni nel 1990 cui fanno seguito, per iniziativa dell’associazione intitolata a lui e a suo fratello Alberto, quelle di Loreno Sguanci (1994), Igor Mitoraj (1995), Simon Benetton (1996) e poi, più di recente, Ivan Theimer (2009). Episodio   saliente sullo scorcio del nuovo secolo, la mostra dedicata a Valeriano Trubbiani (1997). La retrospettiva di Umberto Peschi nel 2004 a San Paolo chiude simbolicamente la fertile stagione espositiva della Pinacoteca maceratese prima della sua nuova fase esistenziale nella attuale sede.